Che ci faccio qui a Toronto?

Che ci faccio qui?

Quante volte vi è capitato di dire questa frase? 

Io, che sono una dubitatrice di professione, l’ho pensata in diversi momenti della mia vita: quando mi trovavo in luoghi, in lavori e con persone che non mi appartenevano, ma non mi sarei mai aspettata di trovarmi davanti a questa domanda anche qui in Canada, finalmente con il mio ragazzo, Shreyank. 

Ma che ci faccio qui?

Sono state queste le prime parole che mi risuonavano in testa la prima notte insonne a Toronto. 

“Sarà il jetlag. Fortuna che ho portato una scatola di Camomilla Bonomelli in valigia!”

Una, due, tre notti insonni, e poi sono diventate un po’ di più.

Alla sera non riuscivo proprio a dormire: le preoccupazioni per la pandemia, il visto, il lavoro non erano svanite, erano venute con me ma non si erano ancora sincronizzate sull’ora locale. Più il senso di colpa ovviamente:

Non sei mai felice!

Tenevo gli occhi spalancati, mentre la mia testa cercava di adattarsi al nuovo cuscino che Shreyank aveva comprato da Dollarama, il nostro “Tutto a 1 euro”.

Ci piace tanto la nostra finestra a Toronto.

Non ho mai fatto fatica ad adattarmi, perché dovrei avere problemi ora? Ho qui Shreyank, siamo insieme dopo un anno lontani, e ora ho la fortuna di vivere in un paese con alta qualità della vita e dove posso dormire su un materasso più alto di due centimetri (riferimento al mio materasso a Mumbai).

Rimbombava tutto. Era tutto amplificato. Mi sentivo la testa pesante, sentivo che i pensieri si aggrovigliavano tra di loro ma non riuscivo a decifrarli.

Guardavo fuori dalla finestra.

“Sono davvero a Toronto, sono davvero qua”.

Guardavo il profilo di Shreyank mentre dormiva:

“non capisco perché odia il suo naso, io lo trovo proprio bello!”

Se scopre che ho messo questa foto…

La quarantena obbligatoria quando arrivi in un paese nuovo è una terapia d’urto. Scalpiti, sei frenetico, vuoi vedere fuori.

Ma sei dentro.

(Dopo tutti questi mesi di restrizioni, quando sono salita su un aereo mi sono sentita davvero una privilegiata. Volo mentre il mondo è fermo, e a vederlo dalle nuvole mi sembra ancora una meraviglia. Noi umani possiamo volare, e mentre lo facciamo ci guardiamo un film e mangiamo, se non è un privilegio questo io non so come altro chiamarlo. 

Il turismo mi ha abituata alla velocità, a grattare paesi su una cartina, a sbarrarli da una lista di posti da vedere, nulla è troppo lontano, se si incastra bene lo scalo.

Check In – Check Out, sei dall’altra parte del mondo e nemmeno te ne accorgi. Ci compriamo la distanza tra i paesi, tra i continenti, poi ci chiediamo perché non ci capiamo tra di noi! Ci sembriamo accessibili.)

Indossavo questa maglietta sul mio volo per il Canada “Non è volare ma cadere con stile”, disegnata dall’Umbi.

Avrei potuto utilizzare questa quarantena come una porta di ingresso, una bellissima sala d’attesa, uno scalo. Avrei potuto letteralmente isolare non solo il virus, ma i pensieri, riposarmi, ricaricarmi. Ma non l’ho fatto. Però una cosa me l’ha fatta capire: sono lontana.

Ma sono dentro!

E ancora:

ma che ci faccio qua dentro?

Magari fuori va meglio. Penso.

Devo assolutamente fare qualcosa!

A dirvi tutta la verità, essere qui per me è stata una bella sofferenza, mi sentivo proprio di aver vinto una battaglia durissima, ma a mia grande sorpresa ero già pronta a pianificare strategie per i prossimi scontri.

Io devo trovarmi qualcosa da fare qui. Voglio una risposta!

Sono atterrata il 3 Novembre e il 4 avevo già il computer in mano, avevo spodestato Shreyank dalla scrivania di centesima mano che si era portato dalla sua vecchia casa ed ho iniziato subito a cercare lavoro.

Allega CV, la lettera di presentazione, manda, fai, avanti il prossimo, questo è Easy Apply, faccio click. 

Passavo così ore della mia giornata e alla sera ancora non riuscivo a dormire.

Arrivò la libertà

Dopo 14 giorni posso uscire. Ero al settimo cielo! Il primo giorno di libertà sono già pronta alle 7 del mattino e chiedo a Shreyank di andarci a prendere la colazione fuori.

Cinnamon roll da Tim Hortons – famosa catena di caffetteria Canadese.

È stato bello.

Nel pomeriggio conosco anche G., una ragazza italiana conosciuta nel movimento di #LoveIsNotTourism, a Toronto per la mia stessa ragione. Anche quello è stato bello.

La città però è deserta. Da lì a poco avrebbero annunciato nuove restrizioni.

Neanche fuori andava meglio a quanto pare. 

Ma io che ci faccio qua dentro e qua fuori?”.

Più i sensi di colpa, ovviamente.

Mi viene in mente uno dei miei film preferiti, “Vicky, Cristina, Barcelona” – e questa frase “soffri di insoddisfazione cronica ”: la sento tanto perché è proprio il grido (e croce) della mia generazione. Dai, non mi piace generalizzare, quindi dico che è la mia di croce! (Ma lo so che per tante altre persone è così!).

Foto presa dal web, estratta dal film citato.

Inizio a camminare

In settimana Shreyank lavora ed io ho iniziato a fare delle passeggiate. Inizio ad esplorare il quartiere.

Non mi appartiene. Cerco di stare il più possibile nei parchi, gli scoiattoli mi ricordano il parco della mia città in Italia, dove a quanto pare una coppia di scoiattoli americani ha sterminato quelli europei! 

Io che mi fotografo mentre penso al destino crudele degli scoiattoli di Legnano.

Ma la città, non sento che la città mi appartiene.

(Ed io so che sbaglio a voler fare paragoni. Sono noiosa ma l’esplosione al cuore che ho sentito una volta arrivata a Mumbai è imparagonabile…). Non studio, non lavoro, non sono una turista.

Ma che ci faccio qui?”.

La verita? La verita!

Sono Yasmin, una ragazza di 27 anni, innamorata e se sono in Canada è solo per amore. 

E un po’ me ne vergogno. Non è facile ammetterlo. 

Io, come molti immagino, vivo il peso del giudizio. Sbaglio, forse, ma è la verità. Sono cresciuta in una generazione e in una cultura che premia l’individualismo, dove l’indipendenza è solo del singolo, dove devi dimostrare di essere speciale, di essere qualcosa, e di successo. Dove l’amore ti è nemico. 

 “L’ho fatto per amore!” è un gesto sciocco per i più. 

“Ma tu poi lì cosa fai?” “Cosa vuoi fare?” “Lui comunque ha la vita sistemata!” “Oltre a fare i panini a Shreyank cosa farai?”

Ho sentito tutte queste frasi per davvero e da persone amiche, che immaggino vogliano il mio bene o che comunque mi stavano dando consigli (sì, ma proiettandovi i loro di ideali).

Però queste cose le ho sentite e mi hanno fatto male.

Che ci faccio qui?

A dir la verità faccio tante cose, a volte niente, ma chissene! Ho aperto questo blog, ad esempio.

Sono qui, e so perché sono qui, e non voglio più vergognarmene: ho deciso di trasferirmi per amore.

E questo non fa di me una donna meno indipendente. Questo fa di me Yasmin, una donna che ha deciso di iniziare un progetto chiamato famiglia, dove ci sono io, lui e noi. Una donna che ha sempre i suoi sogni e desideri, e no, non è facile bilanciare il tutto, ma ormai lo sapete, è una vita che faccio l’equilibrista.

Quando ho ammesso la verità a me stessa, ho iniziato a prenderci gusto in tutta questa incertezza, sono aperta al rischio, sono vulnerabile – e tutto questo sa di vita, vita adulta, il mio presente.

Grazie per aver letto fin qui!

Mi auguro che tu abbia il coraggio di essere vulnerAbile e di darti tempo.

Commenta qua sotto questa affermazione. Cosa ne pensi? Sei d’accordo?

14 commenti su “Che ci faccio qui a Toronto?”

  1. Valeria Lazzarin

    Ti adoro. Trovo che l amore vero sia un sentimento che non ha opposti. Ti auguro di rimanere sempre aderente a chi sei, le scelte sono spesso toste, e solo tu puoi capire quale scelta fare. Vivi la giornata senza aspettative e già questo ti aiuterà ad attraversare i disagi.

    1. Ciao Valeria, mi fa molto piacere sapere che leggi questo blog. Grazie mille per queste parole. Sto imparando e mettendo in pratica proprio quello che dici tu! Non è semplice ma sono certa che sia un bellissimo approccio! Ancora grazie! Un abbraccio.

  2. Ah, Yasmin cara, come ti capisco. Prima mi sono trasferita in Germania per amore (non quella figa di Berlino, ma la Germania dove si contavano più mucche che abitanti). Poi a Bruxelles in un monolocale claustrofobico con bagno e cucina in condivisione con un medico belga (nel monolocale il mio adorato dizionario di svedese è stato scaraventato con tale forza che ancora ne porta i segni… d’altronde io volevo stare in Svezia). Poi Bruxelles me la sono cucita addosso fino a credere che non avrei potuto più farne a meno (nel frattempo lui se n’è andato, io sono rimasta… c’est la vie!). E poi quando pensavo di essere arrivata a capirci qualcosa della mia relazione con Bruxelles, di aver capito che lì era il posto giusto… Ecco, di nuovo per amore mi sono trasferita a GERMIGNAGA. Ho lasciato il mio adorato appartamento bohemien pieno di bottiglie di birra e allegria per GERMIGNAGA. Ed eccomi di nuovo a ripartire, a ripensare la mia vita, a dovermi integrare… per amore. Dopo quasi sei anni posso dire di non essermi mai adattata. Ma credo di aver capito che questo è il mio modo di guardare la vita. Un po’ da estranea, che vuole scoprire tutto e non legarsi a niente. Se non alle persone. E allora viva l’amore che non lascia il tempo di ancorarci a sicurezze effimere ma a ci rende pronte a rimescolare le carte, ad accogliere le sorprese della vita. Ad allargare le braccia agli altri.

    1. Cara Francesca, che bello questo commento, che non è un commento ma una storia! Me lo immagino il tuo dizionario di svedese volare, l’appartamento bohemien e anche la realtà di GERMIGNAGA, che mi ha sempre fatto divertire mentre la raccontavi (o forse erano le tue espressioni?)! Trovo bellissimo quello che dici e ti ringrazio: è il tuo modo di guardare la vita e, a dirti la verità, sto iniziando anche io a fare pace con me stessa ed accettare questa prospettiva. Siamo allo stesso tempo straniere, provinciali, viaggiatrici, innamorate e piene di vita! Ti abbraccio forte, grazie!

  3. Cosa ci fai lì, cosa ci facevi qui, là, in tutti i posti in cui sei stata? Stai costruendo e trovando te stessa e le persone che ti sono vicine (col cuore) lo sanno. Le domande che ti arrivano possono sembrare sbagliate, c’è chi non vuole capire, oppure vengono fatte solo per paura. Tu sii felice! Ma ogni tanto anche un po’ insoddisfatta cronica, ovviamente. Ci piaci sempre.

  4. Mi ritrovo tanto in questo tua storia, Yasmin. Il senso di insoddisfazione perenne che sento anche io, lo racconti come se fossi nella mia testa. Niente è mai abbastanza. Anche se non vedevi l’ora di raggiungere un posto, non appena ci sei, devi raggiungerne subito un altro. Riflettere su quello che senti e sui motivi che ti hanno portato lì è un’introspezione che ti può fare solo del bene e farti essere più razionale quando inizi a giudicarti da sola. Ti fa fermare e dire, ma io sono qui! Non più con il punto interrogativo. Perché sei andata riguarda solo te ed è vero che ci importa sempre il giudizio degli altri, ma la vita è tua, le decisioni che prendi sono importanti e fanno parte di te e di quello che sei e sarai. Se fossi andata lì per conoscere gli scoiattoli assassini arrivati a Legnano, sarebbe andato bene comunque, perché sarebbe stata comunque una tua decisione. Ti ammiro tanto e adoro il tuo blog! Bacioni

    1. Ciao Sabrina, grazie mille per questo bel commento, e per le parole di incoraggiamento. Sto imparando a mettere in pratica proprio quello che dici tu: fermarmi, realizzare che sono qui, nel presente, prendere decisioni e limitare il peso dei pensieri esterni. Grazie mille! Avessi una cura per questa nostra insoddisfazione cronica, la condividerei con te :). Non sono sicura che un rimedio del tutto efficace esista, in qualche modo resterà sempre una parte di noi, ma un inizio è accettarlo e sì, mettere in pratica tutto ciò di cui decivi sopra! Un abbraccio.

  5. Ci vuole coraggio Yas e tu ne hai a carriole!
    Ispirante leggerti, leggervi.
    Se molta gente avesse metà del coraggio e della voglia di metterti in discussione che hai tu, sarebbe più felice, ma non lo sa.
    Grazie di condividere con noi questa vostra nuova vita.
    Vivi

  6. Grazie per condividere le tue storie e i tuoi pensieri.
    In questa riflessione in particolare mi ci trovo molto. Ho lasciato famiglia/amici /lavoro/abitudini, insomma tutto, per trasferirmi per amore.
    Cosa che in realtà non ho mai ammesso apertamente per paura dei giudizi altrui ma anche miei
    Sapere che ci sono altre persone che hanno fatto questa scelta e che lo ammettono apertamente mi fa sentire meno sbagliata.
    In bocca al lupo, ti mando un abbraccio

    1. Grazie Selene! Non sei sbagliata e onestamente non hai nemmeno bisogno di raccontare le tue ragioni apertamente come ho fatto io. Ho pensato a lungo mentre scrivevo questa storia se pubblicarla o meno, perché mi sembravano un insieme di giustificazioni che alla fine non devo a nessuno. Poi mi sono ricordata perché ho aperto questo blog: per connettermi con persone che stanno vivendo o hanno vissuto esperienze simili, e farle sentire meno incomprese. E se ci sono riuscita, solo con una persona, ne sono felice! Crepi il lupo, e buon vento a te! 🙂 Grazie!

  7. Sei partita per amore. E questo è un traguardo nobile, perché è un traguardo per la tua felicità.
    Capisco l’insoddisfazione, una croce della nostra generazione.
    Nel mondo che soffre, ci sentiamo in colpa quando qualcosa ci rende felici, e subito cerchiamo i lati ancora non “a posto” del nostro presente, perché insomma, siamo del privilegiati a poter esser felici, ma non lo siamo mai del tutto.
    Ma… a piccoli passi, tu ti stai riprendendo la tua felicità. E il mondo soffre un poco meno.

    1. Grazie mille per questo commento, Sarex. So che molti si ritrovano nelle mie parole, in questa ricerca della felicità che ci rende così infelici, perfezionisti dell’imperfezione.
      Hai ragione, baby steps, a piccoli passi, si soffre meno ad andare piano? Lo scopriremo 🙂

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.